Le cose si scrivono di getto, nel turbinio delle emozioni, senza pensarci troppo. Aspettavo questo giorno da un po’, sapevo sarebbe arrivato, era inevitabile. So che eri stanca e che non avresti scelto questo finale, se avessi potuto. Sei sempre stata una ribelle, nata sotto il segno dell’Ariete, il 30 Marzo del 1929. Figlia di un banchiere, Attilio, e di una donna che mi raccontano essere stata piccola ma di carattere, Bianca. Nata Carrarina, dura come il marmo, ma profondamente livornese nei modi e nella parlata. Fanciulla insolente, capitana di insurrezioni scolastiche e fughe ai danni delle povere suore della scuola private per signorine. Sopravvissuta alla guerra, sfollata a Carrara, e a un incidente in cui, secondo i miei ricordi, rimanerti appesa alla maniglia dello sportello aperto dell’auto delle suore che ti portava a scuola ( ginocchia sbriciolate e via). Sguardo fiero, faccia solare, risposta pronta per mio nonno, uomo del Sud tutto d’un pezzo. Ricordo mi raccontasti di un giovane che ti aveva fatto la corte, da giovinetta. Eri bella, sei sempre stata bella, pure stasera non avevi una ruga nonostante non ti sia mai messa una protezione solare e una crema che non fosse la nivea. Avevi gli occhi furbi. Ballavi sui tavoli durante le crociere, cucinavi delle patate arrosto perfette, suonavi il piano, un piano che una famiglia di ebrei aveva lasciato a tuo padre, per poi non riprenderlo più( così narra la leggenda). Eri la mia preferita, e io la tua. Mi dicevi sempre che quando mi avevi vista per la prima volta ti eri innamorata dei miei occhi. Tu sei l’unica che mi abbia vista davvero, da subito. Perché siamo simili, ribelli. I simili si riconoscono. Ogni tanto mi guardavi e sorniona ripetevi “Quegli occhi!” perché tu sapevi. Io sapevo. Mi hai viziato, sopportato nei miei malumori, coccolato. Amata, sempre, anche quando ti ho ferita, nell’immaturità capricciosa dell’adolescenza. Quante volte ti ho vista sul terrazzino di Via del Fante, a salutare con la mano, o dietro i vetri della finedtra di camera, sul cui davanzale tenevi il fard e rossetto.
Ti ho salutata un mese fa, quando ci hai fatto credere che fosse il tuo momento. Non eri più davvero tu, eri stanca, i tuoi occhi erano stanchi. Stasera, prima di poterti salutare, risalendo le scale di casa, della casa in cui vivevi da bambina e in cui vivo io, ho percepito un velo sotto l’Arancio. Eri tu. Nel vento caldo, con un sottofondo di rondini. Ti immagino intorno a noi, d’ora in avanti. A danzare con la gonna alzata, mentre mandi tutti a fanculo con il tuo famoso detto “Alla Pinin”. Nonna Guga, Augusta Mazzei. Una ribelle.
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